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#PagineStralciate, la voce degli adolescenti

Parole in bilico tra precipizi esistenziali e barlumi di futuro raccolte in preziosi incontri con adolescenti alla ricerca di sé. Viaggi profondi, in cui Serena Zucchi, psicologa, è stata accompagnatrice e testimone privilegiata.

“Quando non ne posso più scrivo.

Lo faccio come sono capace. Prendo carta e penna e lascio andare fiotti di parole che sgorgano dal cuore. Alla fine, mi sento esanime. Non penso sia tanto diverso da quello che fanno alcune ragazze che conosco. Loro però incidono segni sulla pelle. Poco cambia, il significato è lo stesso: quando il dolore si fa troppo forte, da qualche parte deve uscire.

E oggi la terra mi viene a mancare da sotto i piedi. Devo aggrapparmi a qualche cosa per non scivolare anche io. Mi aggrappo alla penna.

Mi ero già sentita così alle elementari quando ho realizzato che non potevo contare su nessuno quando le mie compagne mi spintonavano in fila a scuola. Non potevo dirlo alla maestra: non mi avrebbe creduto. Non potevo dirlo alla mia mamma, perché si sarebbe arrabbiata con la maestra che si sarebbe arrabbiata con la classe che si sarebbe arrabbiata con me. 

Mi ero già sentita così quando pensavo che papà sarebbe venuto a trascorrere il giorno del mio compleanno con me, me lo aveva promesso. E invece ho atteso alla finestra a casa di nonna tutto il giorno, fino a quando mi sono addormentata senza cena, senza regalo, con un dolore sordo nel cuore.

E ora mi sento così trovandomi senza una casa. Sono abituata a vivere senza una buona parola, senza un consiglio, un aiuto. Sono capace di fare da me. Fin da piccola sapevo cavarmela: sapevo fare le faccende di casa e badare anche un pochino a mio fratello più piccolo. Ma senza una casa, oggi, a quasi vent’anni, non sono più niente. Come posso progettare il mio futuro? Cercare un lavoro? Provare a studiare? Proteggermi? Certo in casa si possono vivere silenzi siderali. Si combattono guerre efferate oppure si può litigare per quisquiglie. Ma fino a quando c’è un luogo dove poter stare, c’è anche un posto da cui poter ripartire. Se la casa viene a mancare, non c’è più il luogo in cui riconoscersi.

Lascio questa pagina a tutti i genitori che vorranno leggerla, per ringraziarli a nome dei loro figli, se sono capaci di dare loro un posto dove abitare. Sembra banale, sembra scontato, ma per me non lo è. Oggi forse posso vivere senza la ricarica del cellulare, senza la pizza con gli amici, senza il sorriso di mamma e papà, ma senza il loro tetto sul mio capo la sera io non esito più.”


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