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Resilienza e adolescenti: il ruolo dei genitori

Tra le “Persone straordinarie” AZZ presenta Gaetano Manna, esperto psicologo clinico.
Lui ci regala per questo Natale, parole preziose sulla resilienza. E noi le pubblichiamo proprio oggi, che oltre ad essere giorno di festa, è anche, guarda caso, il giorno del suo compleanno. 🙂
Dunque, auguri Gaetano e buona lettura a tutti voi!

“Tanti articoli che appaiono sul web si focalizzano sulla resilienza in relazione all’aspetto competitivo, non solo in senso sportivo, ma in generale: il crollo della propria famiglia, la malattia, la morte o il bullismo vengono considerati contesti dove misurare il livello di resilienza di ciascuno, ovvero la capacità di reagire a situazioni talvolta molto critiche e stressanti. In base alla reazione individuale potresti essere considerato un adolescente con un buon livello di resilienza o meno.

Tutto vero in linea di massima, ma oggi, resiliente è uno dei termini che, soprattutto nel mondo della psicologia, è più virale della pandemia COVID-19. Spesso, non sapendo cosa dire o fare, tanti colleghi si mettono a parlare di resilienza rivolgendo l’attenzione verso l’adolescente che manifesta una serie di problematiche di varia natura.

Mi torna però alla mente la scena di una giovane famiglia intenta ad aspettare il proprio turno in una sala d’attesa di uno studio dentistico. 
Il breve racconto mi vede partecipe come spettatore, in quanto in attesa anch’io di essere visitato dal dentista.

Madre, padre e in mezzo il figlio in età scolare (probabilmente prima o seconda elementare), seduti uno accanto all’altro (specifico che erano giunti da un paio di minuti). 
Breve dialogo.
Figlio: “Mamma, sono stanco”. E poi inizia una serie di smorfie facciali per esternare il senso del suo malessere.
Madre (con fare quasi isterico interviene immediatamente): “Tesoro, sei stanco vero? aspetta che ti do questo (e tira fuori uno snack dai colori vivaci)”. 
Il bimbo lo scarta, lo annusa, ne stacca un morso e glielo restituisce quasi intonso subito dopo, senza neanche guardarla.
La madre lo riprende (lo snack, non il bimbo) senza chiedergli spiegazioni sul perché non l’avesse mangiato e altrettanto velocemente lo richiude nella confezione e lo getta nel cestino. 

Un minuto dopo il bimbo riprende la lagna.
Io, seduto di fronte a loro, avevo già l’orticaria e iniziavo a grattarmi nevroticamente le mani.
La madre: “Tesoro, cos’hai? Vuoi questo? Tieni!” e gli passa il suo cellulare.
Il bimbo, in parte stordito dalla velocità con cui la madre gli forniva a caso dei beni che aveva a portata di mano, prende il cellulare, lo apre, inserisce la password e inizia a cercare dei giochini mantenendo quella smorfia di apparente sofferenza (la madre gli aveva fornito pure la password senza pensare che oggi col telefonino puoi fare tutto, ma veramente tutto, muovendo solamente un paio di dita).

E il padre in tutta queste breve e triste vicenda dov’era? Era in compagnia del suo cellulare a giocare, isolato, impassibile e assolutamente impermeabile a quanto stava accadendo tra madre e figlio.
Ora, alzi la mano chi non è stato spettatore, o direttamente attore, di situazioni come questa. 

Penso che siano una moltitudine i genitori come quelli della vicenda sinteticamente sopra menzionati: confusi, annoiati e arrabbiati e che non sanno, o non vogliono, interagire coi propri figli.
In questa situazione ci sono una serie di criticità, ben evidenti a chi osserva dal di fuori le dinamiche relazionali di quel piccolo siparietto familiare. 

La prima è che la madre non tollera nemmeno un mezzo lamento del figlio. Al primo segnale di insofferenza subito reagisce dandogli la prima cosa che ha tra le mani. 
Incapacità o intolleranza ad attendere quel tanto da comprendere il senso del lamento.

D’altro canto il figlio, di fronte a reazioni così immediate, non ha nemmeno il tempo di essere aiutato a comprendere il perché del suo ipotetico malessere.

In questa brevissima vicenda il padre risulta distante, completamente distaccato dalla relazione madre-figlio. in poche parole: inesistente e inconcludente. 
Il figlio infatti non lo considera nei suoi pseudo lamenti e interagisce solamente con la madre, fonte inesauribile dalle multi ricompense, quasi istantanee. 

Queste situazioni rappresentano oramai una prassi quotidiana e coinvolge  tantissimi genitori nel rapporto coi propri figli.

Tornando alla nostra resilienza, una domanda: Come diventa possibile pensare di crescere dei figli “resilienti” usando prassi come quelle esposte sopra?

Il concetto di resilienza trae origine dalla fisica della materie, ovvero dalla capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. In psicologia per resilienza si intende la capacità di fare fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

Ciò detto, come potrebbe un bimbo come quello menzionato crescere senza un deficit più o meno importante nella capacità di essere resiliente? Cosa hanno fatto i genitori per accompagnare il figlio nel percorso evolutivo delle crescita ad affrontare le piccole frustrazioni che la vita elargisce a tutti a piene mani, proprio per consentire ai piccoli di diventare adulti resilienti?

In epoca COVID-19 sappiamo bene come siano importanti le difese immunitarie che ognuno di noi ha per affrontare questo virus così subdolo e pericoloso. Un loro deficit potrebbe portare a gravi complicanze, se non al decesso vero e proprio.

Facendo un parallelo con la pandemia attuale, noi genitori siamo i primi agenti in grado di  sollecitare e rafforzare le competenze dei figli che, alla stregua delle difese immunitarie sopra citate, rappresentano gli strumenti indispensabili per difendersi in maniera adeguata, e resiliente, dagli innumerevoli problemi che nella vita si dovranno affrontare.

La ricetta che ogni genitore dovrebbe conoscere richiede almeno un mix di questi tre ingredienti base, ovvero presenza, fatica, coerenza. 

  • Presenza, significa tempo. Oggi è come se non avessimo più tempo da passare coi nostri figli, in modo attivo e costruttivo, evitando il più possibile di dare loro dei sostituti (materni o paterni), come ad esempio il cellulare o la merendina. Non si tratta di quantità ma di qualità del tempo da dedicare a loro;
  • Fatica, significa lavoro. Si, i figli richiedono energie, spesso in modo esclusivo. Questo punto è strettamente interconnesso con la “qualità” del tempo da dedicare;
  • Coerenza, significa dare importanza alle parole come ai comportamenti, evitando che si dica una cosa e se ne faccia un’altra. I nostri figli, a dispetto di quanto crediamo, sono spietati osservatori e sanno benissimo se siamo o no coerenti con noi stessi. Più grosse sono le discrepanze più saremo poco credibili. La credibilità rende efficaci le poche parole che noi adulti dovremmo spendere verso le nostre creature.

Oggi, tra l’altro, viviamo in un mondo di paure che bloccano noi adulti: paura della delinquenza, dei vicini di casa, degli asiatici, di internet, degli amici che non vedi da un po’ di tempo e che forse sono cambiati, del futuro, insomma, di tutto.

Questa paura indifferenziata la respiriamo quotidianamente, parlando in famiglia, con gli amici, leggendo i quotidiani, o peggio, guardando tanti programmi TV che definirei “terroristici”. 
Possiamo pensare di crescere figli resilienti immersi in questo humus? Diventa una “Mission impossible” o quasi.  

La paura non deve essere rimossa, ma dobbiamo aiutare i ragazzi ad avere paura. A riconoscerla quando si oltrepassa il limite, a sentirla dentro di sé e a pensarla, capendo che non va evitata o superata d’un balzo, ma va accettata come un’opportunità, un’utile consigliera di vita che evita di dover pagare prezzi infinitamente più alti. Dobbiamo aiutarli ad avere non sprezzo della paura ma consapevolezza della stessa, coraggio autentico e forza vera.

In definitiva, la vera paura è quella dell’indifferenza e dell’ignoranza, il vero virus che noi adulti possiamo tranquillamente instillare nelle menti dei nostri figli attraverso i nostri comportamenti quotidiani, senza renderci conto che poi non possiamo inveire verso il mondo “cattivo”, o verso Dio, perché i figli “non riescono” nella vita.

I giovani sono i veri proprietari del futuro, ma il futuro è come l’orizzonte, si allontana man mano che ci si avvicina. Bisogna dare ai giovani il presente, e gli unici che possono donarglielo siamo noi, gli adulti. 

E allora, in definitiva, come rendere i nostri figli resilienti?:

  • dedicando il “tempo necessario”, 
  • elargendo poche parole, che esprimono un pensiero in sintonia con il nostro comportamento,
  • identificando e affrontando le paure che la vita ci riserva quotidianamente.”

Gaetano Manna

Per continuare ad assaporare i suoi pensieri sulla vita citiamo anche la sua opera letteraria “L’aria non può parlare“. Un libro che con una scrittura potente rivela l’inesauribile capacità di trasformazione dell’essere umano nonostante le fatiche incontrate nella via. 

www.edizionitriplae.it/manna-gaetano

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