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Mauro

La foto mi ritrae a circa vent’anni con la mia prima macchina fotografica e con gli occhi di una ragazza che cercavo di conquistare… Fin qui tutto normale, avevo studiato nell’unica scuola superiore di fotografia esistente allora in Italia e volevo fortemente fare quella professione. Un momento felice, io e il mio giocattolo. Ma prima… A due anni sono nato per caso a Cuneo perché mio papà era stato trasferito lì per lavoro dopo la guerra, ma i miei erano originari dell’Ossola, semisconosciuto scrigno nel Nord del Piemonte, con i piedi quasi in Svizzera. Allora avevo una balia (si dice ancora così?), che mi accoglieva nelle sue ampie tette calde di latte. Dopo i due anni cuneesi ci siamo trasferiti nell’Ossola, precisamente a Piedimulera, dove i miei genitori erano nati. Papà lavorava a Torino e lo vedevo ogni 15 giorni o una volta al mese. Mi sono incazzato: e via la balia e via il padre contemporaneamente. Troppo. Sono così diventato anoressico, mangiavo il minimo indispensabile . Quando papà faceva la sua apparizione e mi offriva le migliori caramelle di Torino, io, senza una parola, le gettavo giù con rabbia dal tavolo o dal seggiolone. A Natale ho anche bruciato un trenino nel nostro meraviglioso camino a legna: quando si dice che uno ha un buon carattere! A sei anni ho ripreso a mangiare, complice la scuola, qualche amicizia, forse una maggiore presenza del genitore. Il grande problema era il mio completo mancinismo perché scrivevo anche da destra verso sinistra e la povera maestra doveva usare uno specchio per leggere i miei scarabocchi. Questa forzatura era del tutto legittima, ma scrivere con la destra qualche problemino me lo ha portato. Ma come, io sono fatto così e voi mi forzate contro natura! Mia madre, una santa, ha retto tutto questo e altro ancora con dolcezza e determinazione. Finalmente nel 1954, avevo allora 8 anni, la famiglia si è riunita definitivamente a Torino.

Mi ricordo ancora con grande affetto il maestro Gili delle elementari. Un uomo mite, gentile, ancora giovane ma dai capelli completamente bianchi. Era successo che, verso la fine della guerra, lui antifascista era stato bloccato con altri partigiani  sulla montagna da un squadra fascista. Dopo un sommario processo messi al muro ma… un attimo prima della raffica era arrivato un contrordine: liberi tutti. Il maestro Gili s’incanutì nel giro di 24 ore. Sotto la nostra casa si estendeva il parco della Pellerina, dove parecchi anni ho giocato a calcio, anche discretamente. Era allora il nostro unico svago, l’onnipresente TV non aveva ancora fatto la sua vorace apparizione nelle case degli italiani. O meglio sì, proprio il 3 gennaio del 1954, ma noi, cinque in famiglia, (c’erano anche due maledette sorelle a turbare la pace del Principino) non potevamo certo permettercelo il nuovo soprammobile.

Le scuole medie sono passate senza infamia e senza lode, anzi con più infamia perché spesso rimandato. Alle superiori ho dovuto lottare non poco perché io volevo fare il fotografo (ce l’ho nel sangue evidentemente, una nonna che stampava le foto negli anni ’30, uno zio che ci ha lasciato un archivio memorabile, di rara qualità) ma i miei pensavano che la mia professione fosse il chimico o il grafico. Così mi sono fatto bocciare alla prima chimici e finalmente sono approdato alla scuola di fotografia. Poi tutto corre: il primo reportage a Londra dove conosco mia moglie, l’onda d’urto del ’68, il matrimonio, una figlia. La fotografia è ancora la mia amante e sta un po’ al di sotto dell’interesse per la famiglia: ma spesso le due cose si sono mischiate e la confusione a volte ha provocato dolori. Ma pentirsi alla mia età non ha più senso… in fondo è stata la preoccupazione di aiutare economicamente il nucleo che ci eravamo costruiti a farmi correre, piuttosto che l’ambizione di essere un grande nella professione.

Breve bio: l’oggi, che è nato da un faticoso ma spumeggiante ieri, mi trova ampiamente pensionato ma con la voglia intatta di fare, (a scanso dei dolori che ti ricordano la non giovanissima età) di organizzare il disordinato archivio analogico, per fortuna aiutato da una volenterosa figlia che si occupa anche delle mie numerose mostre e collaborazioni, di realizzare ancora delle foto spinto dalla curiosità del flusso incessante della vita che scorre sotto (sopra, di fianco) ai miei occhi. E per finire mi consola la vicinanza dei tre Mostri, i miei nipoti, così diversi, così svegli, così spudoratamente affettuosi con il nonno e la nonna. Sono i nostri antidepressivi naturali e non si può non citarli in ordine di età: Martina, Antonio, Cecilia.

Per vedere cosa sono diventato, andate qua:

www.mauroraffini.com

Instagram: mauro_raffini

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