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Roberta

Siamo solite introdurre le nostre intervistate con una breve descrizione, ma questa volta non abbiamo potuto, l'”autobiografia” di Roberta l’abbiamo trovata irresistibile e non ci siamo azzardate a toccarla! Ve la offriamo per intero, insieme alla sua intervista:

Chiacchiero come un mulino a vento, completamente priva del dono della sintesi (vedrete nell’intervista… ), tenera e coccolona.
Mamma di Enrico e Claudio, 22 e 20 anni… anagraficamente parlando quasi fuori dall’adolescenza… solo anagraficamente…
Adoro i miei figli al di sopra di tutto e tutti… anche se “come li ho fatti vorrei disfarli” almeno una volta al giorno.
Quando sono nati ho smesso di lavorare fuori casa e per 10 anni ho fatto “solo” la mamma. La migliore decisione della mia vita.
Moglie di Mauro da 28 anni. L’ho sposato principalmente perché mi faceva ridere. Ed anche se in tutti questi anni non c’è stato sempre tanto da ridere, lui riesce ancora a farlo, e non è poco.
Impiegata, rigorosamente part-time, ma solo perché campare bisogna.  Quando non lavoro corro come una pazza come tutte le mamme, cammino al parco, adoro le mostre fotografiche, appena posso esco con le mie insostituibili amiche e quando riesco viaggio. Vicino, ma viaggio.
Vorrei tanto un cane, ma i 3 uomini di famiglia, compatti, sono contrarissimi.

Ecco la sua “Interviù”! 

  • In quale momento hai compreso che l’infanzia era finita?

Enrico: quando ci siamo incontrati per caso (lui era con amici) in una gelateria vicino casa e ha finto di non conoscermi.
Claudio: quando, uscendo da casa o dandomi la buona notte, mi ha porto la guancia perché io lo baciassi… ma senza baciarmi.

  • Descrivi ciascuno dei tuoi figli in una frase:

Enrico: sicurissimo di sé, ottimo chitarrista, appassionato motociclista. Di professione educatore, e prossimamente anche mediatore (in casa, per ora, non si allena…)
Claudio: allegro, accomodante (quasi impossibile litigare con lui… anche se poi fa quello che gli pare…), look super alternativo. Impegnatissimo nel sociale. Innamorato del basket anche se non ha più tempo di praticarlo.
Interessi comuni ad entrambi: musica reggae e rap che sparano a palla per la gioia di mamma e papà e soprattutto dei vicini, serie tv, voglia di cambiare il mondo.

  • Qual’è la cosa che fanno regolarmente e ti fa più arrabbiare?

Enrico: non chiedere mai scusa, nemmeno quando il torto è palese. Poi magari per farsi perdonare cucina il mio piatto preferito…
Claudio: creare un disordine indescrivibile e non rimediare nemmeno sotto tortura. In camera sua sembra costantemente che sia scoppiata una bomba. E raccontare bugie. Lo fa benissimo, da sempre, e noi continuiamo a cascarci.

  • Qual è la cosa che ti fa più piacere?

L’attenzione di entrambi verso chi è più sfortunato, che per Claudio si declina nel dedicarsi a tempo pieno a mille attività di volontariato, per Enrico nell’approfondire le ragioni dei comportamenti di chi è rifiutato, per fragilità personali o scelte di vita.
E poi ogni volta che stiamo insieme, occasioni sempre più rare e per questo preziose.
Quando sto cucinando e loro arrivano, 
uno con la chitarra e l’altro con l’armonica e l’ukulele, e attaccano a suonare, e cantiamo a squarciagola tutti insieme (in attesa che i condòmini chiamino i carabinieri…). Quando hanno voglia di confidarsi e la vita si ferma. Li ascolterei per ore ed è bello accorgermi che sono diventati uomini, e uomini per bene.

  • Quando ti capita di vedere in loro gli stessi atteggiamenti di quando erano piccoli?

Enrico quando dorme ha esattamente la stessa espressione, col labbro un po’ corrucciato, di quando si addormentava in braccio con la gocciolina di latte all’angolo della bocca.
Claudio è in perenne movimento come una pallina da ping pong impazzita, esattamente come quand’era piccolo si scatenava sui giochi dei giardini facendo venire il cardiopalma alle vecchiette di passaggio, o quando giocava a basket e fregava sempre tutti in contropiede. Quando lo vedo 10 minuti fermo sul divano gli chiedo se si sente bene.

  • Le grandi liti sono dovute a…

Al fatto che scambiano la casa per un hotel (un classicone…). Non si sa mai se cenano a casa, dove sono, quando rientrano, e se sono in viaggio non danno notizie per giorni. Vivono le mie domande come gravissime intromissioni nella loro privacy, senza capire che è solo preoccupazione.

  • Il modo migliore per rappacificarsi è…

confrontarsi con calma (ammetto che con me non è facilissimo… ) ed alla fine… abbracciarsi.

  • Da piccoli dicevano sempre:

Enrico: “pacabau”. A volte con tono perentorio, altre disperato, altre tra sé e sé come un mantra. Nessuno ha mai capito cosa significasse.
Claudio: “pemmepon”, cioè “biberon”, col tono deciso di chi non ammette repliche.

  • Ora dicono sempre:

Claudio: “ceno fuori.. mi dai un contributo” (bel sinonimo eh…)
Entrambi:”Yaahhman”,  (cit. Bob Marley) oppure cantano insistentemente brani di canzoni, sempre reggae, in uno slang lontano parente dell’inglese.

  • Appena transitati nell’età adulta ti aspetti che diranno?

Come hai fatto a sopportarci? 

  • Cosa ti auguri per loro, che sogni speri possano realizzare?

Che incontrino le persone giuste con le quali condividere la vita e costruire una famiglia, che possano svolgere con entusiasmo la professione per cui si stanno preparando, che non abbiano mai rimpianti. Banale ed eccessivo eh… ma se sognare è gratis…

  • Qual’è il miglior consiglio che ti ha dato qualcuno a proposito dei figli adolescenti?

Mettersi sempre nei loro panni, contare almeno fino a 10 prima di parlare, non credere di essere dalla parte della ragione solo perché sei sua madre e hai 30 anni di più. E, quando proprio le sparano grosse su qualche progetto astruso… (Claudio ne partorisce almeno uno a settimana) non accanirsi creando tensioni per cercare di smontarli, ma limitarsi a sperare che “gli passi”… (succede quasi sempre)

  • Come ti senti all’idea che, in un giorno non troppo lontano, andranno a vivere per conto loro?

So bene che non solo è normale, ma giusto e sano. Nonostante questo, però, è più dura di quanto immaginassi. Da un lato devo ammettere che quando sono fuori casa la vita è più semplice, ordinata, tranquilla. Io e Mauro ci prendiamo i nostri tempi e ci rilassiamo tanto. Eppure l’idea di non averli più attorno, super richiestivi, creatori di disordine, rumorosi… mi fa scendere nell’anima il gelo. Meno male che, forse, manca ancora un po’…

  • Ci regali un saluto?

…E nella loro adolescenza ascoltate i vostri figli. Gran parte del muro che in quei giorni spesso vi oppongono non l’hanno costruito coi loro mattoni ma coi vostri. Talvolta i vostri figli sbattendo la porta vi lasceranno, ma anche se li vedete partire, le navi con cui salpano hanno stive colme dei doni consegnati dalle vostre parole buone. E alla prima tempesta vi si rifugeranno.” (da Il Profeta del Vento, di Stefano Biavaschi)

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